TUMORE DELLA PROSTATA E DELLA VESCICA

La neoplasia della prostata rappresenta la terza neoplasia in ordine di frequenza nel maschio.

Grazie all’introduzione del dosaggio del PSA negli anni 80 ad opera di Richard Ablin, scoperta che gli valse il Nobel, le diagnosi di tale malattia si sono implementate nel corso degli anni. Il risvolto è stato quello di sottoporre ad intervento chirurgico molte neoplasie che sarebbero rimaste silenti con ripercussioni sfavorevoli in relazione ad outcomes quali incontinenza urinaria e disfunzione erettile. Negli ultimi anni la posizione delle comunità scientifica urologica verso questa neoplasia è mutata, sia in fase diagnostica che terapeutica chirurgica.

Analiziamo quindi due aspetti. Sul piano diagnostico si sta affermando l’importanza della RMN multiparametrica della prostata unitamente alla biopsia con tecnica di fusione delle immagini che consente l’esecuzione di una biospia molto mirata esclusivamente sulle zone sospette alla RMN riducendo il numero di falsi negativi e le morbilità legate alla biopsia classica a random. Non tutti i centri dispongono di tale metodica, pertanto non è ancora particolarmente diffusa. La positività delle biopsie con tale metodica è del 60-85%, a seconda dei centri, rispetto alla tecnica convenzionale ove la detention rate è del 25% circa. Sono stati introdotti anche dei criteri di restrizione del paziente candidato a biopsia, infatti oggi, ricorrendo all’uso di altri marcatori come il 2proPSA e la valutazione del PHI (indice di salute prostatica), è possibile selezionare ulteriormente la categoria di pazienti per i quali è indicata la biopsia. La RMN, anche per quanto riguarda l’approccio chirurgico, diventa strategica, in quanto ci permette di pianificare una chirurgia di conservazione dei nervi erettori, qualora la malattia sia completamente intraghiandolare. Tutte le metodiche oggi a disposizione (chirurgia tradizionale, laparoscopica o rodotica) assicurano la guarigione dalla malattia, mentre i risultati funzionali sono correlati al’abilità e alla casistica del singolo operatore. In tutti i casi è necessario impostare una precoce rieducazione del tessuto erettile dopo chirurgia prostatica. La rieducazione è indicata già alla rimozione del catetere vescicale ed è consigliabile procedere in tal senso anche dopo un intervento eseguito con tecnica "non nerve sparing", cioè senza risparmio dei nervi erettori. Nel caso in cui l'intervento sia stato eseguito con tecnica di risparmio dei nervi erettori e' sufficiente l'utilizzo di farmaci orali come gli iPDE5 , nel secondo caso le procedure di riabilitazione, necessitano il ricorso a iniezioni intracavernose di prostaglandina e anche del vacuum device per contrastare l'accorciamento dell'asta. La riabilitazione nelle procedure "non nerve sparing" ha la finalità di impedire la retrazione dell'asta e la fibrosi del tessuto cavernoso e permettere l'impianto di cilindri protesici più lunghi allorquando si ricorra alla chirurgia di impianto protesico. Purtroppo questo concetto di precoce rieducazione del tessuto cavernoso non è molto diffuso nella cultura urologica e il riscontro di peni retratti accorciati all'atto della chirurgia protesica è molto frequente. Il risultato di ciò talora è un intervento ben eseguito con un tasso di soddisfazione del paziente e della partner molto basso.